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  • Immagine del redattoreAgnese Caon

Ciò che non si conosce va esplorato: saluto, abbraccio, scambio

La stretta di mano in un saluto è un automatismo, il saluto “ordinario” è automatico, ma per quanto mi riguarda, quando la gente mi saluta in qualche modo deve cambiare il modo di porsi, non è per tutti automatico e lineare, ci si deve abbassare per salutare almeno con lo sguardo o per un abbraccio, da parte mia c’è da chiedere di poter incontrare l’altro magari da seduti per avere la stessa altezza, e non a tutti va bene così se salta un tassello in questo automatismo può saltare tutto l’incontro, ma sta a noi decidere come muoverci. E ci sono cose che comprendi solo se le vivi. Bisogna andare in profondità, non fermarsi alla superficie, perché quello che vediamo a livello fisico può nascondere molto di più di quello che possiamo capire, comprendere e sentire. L’esteriorità è la cosa che si nota per prima, il corpo è il biglietto da visita con il quale ci presentiamo al mondo. Nessuno sa cosa c’è dentro di noi ma tutti vedono come siamo. Siamo così abituati alla routine che definiamo tutto normalità; gli occhi servono per guardare in profondità non solo per vedere, uno sguardo è come un abbraccio, ti crea calore e una forte stretta addosso e in un attimo dice tutto. La quotidianità, i gesti ripetuti, uno sguardo sfuggente, stende su tutto il suo colore uniforme. Spesso è il silenzio e l’incontro di occhi, mani e cuore a far brillare dei colori più intensi la vita. Tutto ha un senso, ogni sguardo, ogni sospiro, ogni gesto trova il suo posto dentro di noi.



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